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Marsica: persistenze e trasformazioni

Intervista a Giuseppe Pantaleo.

Ho già avuto modo di parlare di Giuseppe Pantaleo, di citare il suo blog Avezzanoblu, e di citarlo liberamente. A chiusura della sua rubrica «La Terra di Ulro» (tributo a Czesław Miłosz), pubblicata su «Il Velino. Lo sguardo dei Marsi», Peppe mi ha invitato a fargli qualche domanda per “congedarsi” dai suoi lettori (falso: appena uscita l’intervista, è subito ri-partita la rubrica). Di seguito domande e risposte, venute fuori fra febbraio e marzo scorsi, di cui solo le prime due parti sono state pubblicate da Il Velino, nei nn. 41/07 e 42/08.

Castello_Avezzano1915

Castello Orsini-Colonna, Avezzano 1915*

Chiudere la bellissima rubrica di Pantaleo è un onore e un bel fardello. Riletti di seguito i suoi interventi – cosa che consiglio di fare ad ogni lettore de Il Velino – tolgono il fiato. Si ha l’impressione, ad ogni frammento, di collezionare un piccolo vademecum per ricostruire in maniera adeguata un puzzle mentale. La Terra di Ulro è, genuinamente, una chiave di lettura del tempo presente con la quale provare a riordinare le proprie idee sulla Marsica e sul nostro rapporto con il «territorio». Quando mi è stato proposto di preparare qualche domanda, ne sono stato da subito entusiasta. Ho provato a pungolare il nostro illustratore-scrittore-blogger a dirci qualcosina di più su come si fa a portare questo sapere dalle idee alla vita. E lui, con la sua solita capacità, ci ha accompagnato fin nei tubi di scappamento della quotidianità, gettando una corda fra alto e basso, fra teoria e prassi.

[Parte I]

Nel quarto appuntamento con La Terra di Ulro, hai parlato di legami tra la Marsica e la Campania tramite il Giovenco-Liri-Garigliano, si potrebbe dire da un punto di vista eccentrico. Ecco, sapresti dirci quali sono oggi i legami più importanti per i marsicani e di cosa si sostanziano?
Sarò un po’ frammentario ed evasivo. Ho svolazzato come un uccello pigro, dalle vecchie sorgenti del Giovenco fino al mar Tirreno. Il dito di un geografo scorrerebbe allo stesso modo, con una cartina sotto gli occhi. La cartina geografica amministrativa non corrisponde con quella fisica e di conseguenza, con la cartina economica. (Non ci vuole molto per capire la provenienza dei nostri vecchi dialetti locali; il vostro craje è napoletanissimo). Le passate alluvioni in Veneto, sono anche un frutto avvelenato di tale scarto. «Padroni a casa nostra», è uno slogan, una pratica che innesca – sovente – dei dissesti idro-geologici «a monte» ed «a valle» dei centri abitati. (Ognuno fa come crede, senza curarsi degli altri – cui è, invece, legato da vincoli strettissimi).
Nella Marsica circola un’idea vaga dei rapporti con le altre aree, sia attuali e sia nel passato. Noi ignoriamo, quasi totalmente, la produzione e la destinazione dei nostri prodotti (agricoli ed industriali). Tre anni fa, vi fu una manifestazione contro il taglio della Finanziaria ai fondi della linea Roma-Pescara. I marsicani non parteciparono in modo corale. Successe questo perché non si rendevano conto dei benefici apportati alle cittadine interessate dal passaggio di quella linea ferroviaria, nel secolo scorso, più che per il clima politico del momento.
Il paesaggio ci racconta – gli archeologi confermano – che è cambiato poco, a livello di rapporti, negli ultimi decenni o negli ultimi secoli quando non s’usava ancora il termine «globalizzazione». Le popolazioni – nella storia dell’umanità –, ricercano altrove i mezzi necessari alla loro sussistenza (proteine e metalli, ma anche pascolo e terreno coltivabile). È cresciuto il flusso ed è cambiata qualche direzione: oggi, noi occidentali richiediamo molto petrolio e gas.

Nelle continue trasformazioni di Avezzano (tessuto urbano, periferie, centri commerciali) quali ti sembrano le più interessanti, su cui concentrare una riflessione comune?
Ritengo utile, per i miei concittadini, ragionare sull’Ipercoop. Dopo la comparsa dei primi ipermercati in Italia (mall = zona pedonale, viale di passeggio), ad Avezzano hanno ridotto i marciapiedi. Abbiamo assistito ad un’altra «sforbiciata» ai marciapiedi del centro, dopo l’apertura d’Ipercoop. Oggi, molti s’accorgono che gli avezzanesi vanno a passeggiare – anche a fare le compere – al centro commerciale, anziché in piazza Risorgimento. Domanda: è possibile, al momento, rimediare alla situazione? Bastava un’occhiata al dizionario inglese-italiano, a tempo debito.

E come sottovalutare le trasformazioni dei distretti industriali? Prendiamo il caso dello Zuccherificio (Celano) e re-impiego della forza lavoro in cassa integrazione nella PowerCrop a Borgo Incile. Da un lato cassintegrati e dall’altro scrupoli ambientali (entrambi più che ragionevoli). Se ne esce?
Le ragioni dei cassintegrati e quelle di contadini, ambientalisti ed un paio di comuni (Avezzano, Luco dei Marsi), non sono alternative tra loro né si equivalgono e fanno riferimento a tempi diversi. Bisognava trovare una soluzione diversa di re-impiego, almeno per evitare l’odierna contrapposizione.
I marsicani vivono in montagna ma rimuovono, da decenni, tale dato di fatto. Ci comportiamo allo stesso modo degli abitanti sulla costa o di quelli di un grosso distretto industriale nel bacino del Po. Tale atteggiamento può innescare dei problemi, in tempi lunghi. La «torcia al plasma» (2007) – meno inquinante dell’impianto PowerCrop –, non andava bene da noi per mancanza, nel comprensorio, di rifiuti industriali.
Dobbiamo invece tenerci stretti, in primo luogo, i fiumi, i boschi e le campagne se vogliamo continuare a vivere – a lungo e bene – in questa zona. Pianterei nella Piana, di nuovo, le barriere frangivento di pioppi, come al tempo della Riforma ed anche le siepi ai bordi dei campi – io so bene che i contadini non vogliono sentirne parlare. Manca un’idea comune, un progetto per il futuro del Fucino, una delle campagne più fertili d’Italia. Non ci rendiamo conto collettivamente, dell’importanza strategica dell’agricoltura – il «primario», senza il quale non può esistere né le fabbriche, né lo shopping, né la vacanza alle Seychelles.

[Parte II]

Hai scritto molto di traffico, aree pedonali, piste ciclabili (di recente, non dimentichiamo, il niet sulla ristrutturazione della Circonfucense). Poi ci sono i problemi, più strettamente «territoriali», l’ex-Zuccherificio di via Trara, o la cava a valle dei Fiori denunciata da WWF e «Il Martello del Fucino». Quanto si è pronti ad una transizione ecologica che mi sembra urgente, sebbene piuttosto in là da venire nelle coscienze marsicane?

Valle_dei_fiori

Valle dei Fiori

Ci si muove quando c’è una coscienza diffusa dei problemi. I lavori di restauro ambientale, fino a pochi decenni fa, erano la normalità. Erano operazioni che scongiuravano frane e smottamenti: gli italiani erano abituati a guardare le colline, le montagne e le rive dei fiumi per controllare eventuali massi precipitati e zolle di terreno scivolate. Andando in giro oggi, non faccio caso alle frane mentre un tempo, come la maggior parte dei connazionali, io le prevedevo.
Molti problemi ambientali, derivano dallo stato centrale che non mette in cantiere le politiche adeguate. Un esempio. Parlando di rifiuti: né lo Stato, né le Regioni hanno avviato la riduzione della quantità prodotta. E’ invece questa la prima cosa da fare, da decenni ed anche secondo le raccomandazioni dell’Ue. Sugli inquinamenti. Altrove, anche nel Terzo Mondo, degli stati minuscoli hanno avuto ragione sulle grandi compagnie minerarie o sulle potentissime multinazionali del petrolio, in materia d’impatto delle lavorazioni e di risanamento ambientale. Si può fare lo stesso anche da noi per evitare contaminazioni e disastri ambientali, con imprese notevolmente più modeste: basta volerlo.
Un dramma su cui, in Italia, non si riflette abbastanza è la perdita d’oltre 3 milioni d’ettari di suolo libero da infrastrutture e costruzioni, negli ultimi tre lustri.

Sono sicuro che la cultura sia necessaria a raggiungere questo scopo. Ma che dire a riguardo? Abbiamo poche biblioteche, nonostante le sedi universitarie e a volte sembra esserci davvero scarsità d’idee e organizzazione. Eppure un centro come Avezzano potrebbe farsi catalizzatore di molteplici istanze, considerando anche l’afflusso di giovani studenti. Mi sbaglio?
La costruzione ed il rinnovamento dell’élite regionale e nazionale, non passano certo per un angolo periferico (Marsica) di un’ampia area (Appennino) in fase decadente da almeno un secolo. Avezzano, continuerà a non fabbricare nulla. Confrontando il numero delle testate giornalistiche in rapporto alla popolazione e considerando il tasso d’analfabetismo, si può affermare che, rispetto ad un secolo fa, nel capoluogo del comprensorio si pensa molto meno e circolano meno idee. (Il voto clientelare e di scambio, la corruzione diffusa indica anche che manca una prospettiva o una via d’uscita).
Tutto questo avviene perché non se ne sente la necessità (interiore) e soprattutto, perché manca la richiesta dall’esterno. (Il passaggio del primato politico da Avezzano a Celano non è il risultato di uno scontro politico locale, tra idee autonome differenti). Negli ultimi decenni, abbiamo assistito ad una frammentazione del comprensorio secondo il campanile. Capistrello – con Arzibanda –, è la capitale della musica giovanile abruzzese, Luco dei Marsi coltiva l’immagine della città ben amministrata, Collelongo custodisce le memorie del mondo contadino, Tagliacozzo, tiene stretto il blasone del festival di Mezza Estate, ecc. A nessuno, viene in mente d’imitare la cittadina vicina e tanta dedizione all’ombra del gonfalone, tanto entusiasmo non supera mai i confini comunali.

Un cambiamento macroscopico che certamente non tarderà ad avere ripercussioni anche sulla Marsica (anzi: sono già in corso) è il terremoto del 6 aprile 2009. Come pensi che si stiano riconfigurando gli spazi fra l’aquilano e la Marsica ed, eventualmente, pensi che qualcosa sia andato inevitabilmente perduto, un po’ come nel 1915?
Nel giro d’alcuni giorni, i residenti dell’Aquilano hanno capito poco più di me… in oltre 30 anni! Nell’estate del 2009, sentivo dire dei terremotati: «Vogliono sentire i muri intorno, portiamoli qua» e mi restava difficile da comprendere. Loro erano ancora attendati. Agli inizi d’aprile 2010, seppi di un’iniziativa per restaurare le «nicchiette» di San Bernardino: un posto per giovani coppiette. Ignoro se abbia avuto un seguito. Ho incontrato, alcune volte e di domenica pomeriggio, amici e conoscenti che vivono a L’Aquila da decenni; gente rientrata a casa oppure residente in una delle diciannove new town. Erano venuti da noi solo per passeggiare, pur avendo parenti ed amici (preoccupati). Loro vagavano per una mezz’oretta, senza neanche entrare in un bar per un tè, le sigarette o un cappuccino e poi ripartivano. M’è stato spiegato che, chi può permetterselo, va a Teramo o viene da noi per passeggiare. Gli altri restano dentro casa o affollano L’Aquilone – è un centro commerciale. Nel Web, si ha un’idea più corposa delle cose che mancano a quelle persone. Non si tratta solo di perdite consistenti e drammatiche come una casa distrutta, il lavoro che non c’è più, il congiunto o l’amico rimasto sotto le macerie. S’incontrano talvolta delle frivolezze. A qualcuno manca il tabaccaio dalla battuta pronta. Qualche altro, non si rassegna al sapore dei carciofi che acquista nella nuova sistemazione, un sapore così diverso da quello dell’erbivendola di un tempo, quando L’Aquila era una città. Mancano a tutti invece, le quinte murarie dei fabbricati e lo spicchio di cielo sopra la testa, come lo s’intravede(va) dal centro storico. Le perdite drammatiche e le frivolezze sono interconnesse; le une e le altre, spuntando fuori all’improvviso saltano le gerarchie. La catastrofe del terremoto è stata un’occasione – non ovviamente la migliore – per comprendere che cosa è, veramente, una città. S’è trattato di un momento anche per guardare dentro di sé, al proprio corpo. Ho ripensato, in quel periodo, all’ecumenismo di Balducci; ad una sorta di riappacificazione tra gli uomini e tra questi ed i viventi più in generale, tra gli esseri umani e l’ambiente naturale, tra noi e gli oggetti – più o meno grandi – che fabbrichiamo e di cui ci circondiamo. Mi chiedono spesso, per la mia fama immeritata, un pensiero sulle new town; io rispondo – con aria di sufficienza, quasi da accademico – che si tratta di un modo di costruire estraneo alla cultura europea. Penso poi alle persone in «fuga» da quei posti, con il loro bagaglio d’esperienza e di competenza spaziale…

[Parte III – inedita]

Nei tuoi libri descrivi spesso una realtà sfaccettata, che procede per frammenti da raccogliere a piene mani in una sorta di scrivania-pensatoio. Uno dei problemi più grandi del contemporaneo è passare da questa fase, molto creativa e stuzzicante, alla sistematicità. Condividi questo pensiero e – nel caso – come andrebbe ri-sistematizzato questo cosmo?
Le mie pubblicazioni, anche le più comprensibili, partono dalla letteratura del Novecento, dal cinema, dalle scienze e dalle arti più in generale. Nei migliori volumi, ho combinato disegni, foto, molta tipografia e testi costretti in strutture rigide. Le singole parti hanno l’aspetto di stratificazioni ed ogni libro è un tentativo (fallito) di un’enciclopedia. Sono destinati ad un pubblico curioso, che ha tempo per cimentarsi con prodotti non standardizzati: sono da guardare. Mi basta.
Qualcuno, casomai, capirà che viviamo in un modo talmente complicato che vale la pena prendere se stessi con un pizzico d’ironia: io, c’entro poco.

E che dire della loro diffusione? Quanto ti preoccupi che un tuo scritto possa essere letto e apprezzato, almeno ad Avezzano e dintorni?
Non ho mai inviato le mie cose ad una media o una grossa casa editrice, né ho mai chiesto a qualcuno d’introdurmi nell’ambiente – è il sistema più sicuro per entrare. Non sgomito per partecipare ai numerosi festival letterari e fiere librarie, dalle nostre parti e fuori.
Non ho coniato io, espressioni recenti come «letteratura industriale» o «easy reading», né ho mai scritto, come Giulio Ferroni: «La figura dello scrittore viene […] concepita sempre più come quella di uno che con i libri “si mostra”». Ho razionalizzato da poco il mio atteggiamento con l’establishment nazionale e marsicano: ci s’ignora reciprocamente, da tempo.
Preferisco lavorare nel settore – in provincia –, come correttore di bozze, stilando indici dei nomi e rimpolpando bibliografie, disegnando dei grafici e copertine per i libri degli altri. In Italia, abbiamo un’ottima e secolare tradizione tipografica da tramandare.
A soli… 54 anni sono stato invitato, nella mia città, alla prima mostra collettiva degna di nota: Avezzano mi ha scoperto. Ho presentato dei disegni e dei quadri che vanno in giro per l’Italia, da anni.
Ci vorrà ancora del tempo, per essere riconosciuto dai concittadini e dai marsicani anche per le mie pubblicazioni.

[*] La foto è presa dal sito web de Il Centro. Quello che si vede dietro è il Castello, come vi può confermare qualsiasi avezzanese, anche se quelli de Il Centro si ostinano a scrivere «Una casa devastata»!

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