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Paternità

L’altra sera fuori dal pub ho incontrato un signore sulla cinquantina. Non era la prima volta che lo vedevo. Diverse volte aveva provato a vendermi una poesia, fuori dalla Feltrinelli di piazza Ravegnana o sotto al Comunale in piazza Verdi. O forse mi sbaglio, sotto al Comunale non c’era lui, ma un altro.
Non importa.

Eravamo in due, arriva questo signore sulla sessantina e ci dice, non so bene a partire da cosa, che negli anni Settanta Bologna era diversa. Che c’erano «i psichedelici» e «i politici». Che Piazza Maggiore era il loro spazio, quasi lo sfondo tetro di una battaglia campale: «da una parte loro, dall’altra noi». «Ma tu cos’eri?» chiedo conoscendo già la risposta. «Ero psichedelico», mi risponde con grande serietà. Noi siamo incuriositi e un po’ divertiti. Non ci sono sentimenti benevoli nei suoi confronti, bisogna ammetterlo. Accanto alla curiosità, c’è la pena per un vecchio che entrambi sappiamo girovagare per la città, apparentemente senza soddisfazioni. C’è anche la voglia tutta piccolo-borghese di sentirsi diversi da lui, che in fondo ha l’aria di uno che ha fallito. C’è lo snobismo di chi parla a un vecchio qualsiasi, soprattutto a un vecchio che aveva attaccato bottone – ora mi sembra di ricordare – dicendo che «i politici son tutti uguali, destra e sinistra», che «io non so niente… che? Elezioni a febbraio? Non me ne frega niente», con uno strano accento generico, del nord, urbano, mescolato al bolognese di provincia, ma con la fretta del ligure.

Noi lo provochiamo un po’. Ci divertiamo.
La crisi, Monti, Berlusconi che torna – ecco da dov’era partito tutto, si parlava di Berlusconi che sta tornando – e il “non ci sono più le mezze stagioni”, che è un po’ il fargli il verso, prenderlo in giro cercando di dirgli che, psichedelico o no, sta sciorinando una sequela imbarazzante di cazzate e che, probabilmente, il più odiato dei suoi «politici» sta pensando e dicendo, magari da una cattedra, o una cassa, o un divano.
Non so quanto sarebbe felice di saperlo, ma non glielo dico; non mi permetto.

Non ce n’è bisogno, comunque, e non avrebbe senso. Lui ormai ha preso la sua strada: «i politici ci odiavano e noi odiavamo i politici; ci facevano proprio schifo», «i psichedelici avevano un solo Dio, l’arte» e che lui passava le sue giornate ad ascoltare concerti e partecipare ai dieci-quindici eventi che la Bologna di allora ti offriva ogni giorno. Ogni giorno «succedeva qualcosa e pensavi che questo era il posto dove succedeva tutto». Ogni giorno, almeno: dieci concerti, quattro-cinque performance e spettacoli teatrali; a volte anche altro: serate, giochi, feste, gruppi, prove.

Arriva un uomo sulla quarantina, con un italiano stentato ma fermo. Prova a rifilarci una rosa, noi rifiutiamo. L’amico psichedelico spiega che «qui, di donne, non ce ne sono».
«È per mangiare» insiste l’altro.
«Ti dicessi da quand’è che non mangio io…» risponde secco ed è sincero.
«Ho due figlie!»
«Eh no! – s’incazza lui – I figli non li fai se non te li puoi permettere. I figli li fai se c’hai il SUV, la villa con la piscina. Che poi ti vengono a rompere le palle e ti chiedono il telefonino nuovo, e l’iPod, e il computer, e…»
L’altro è muto. Non credo stia capendo. A stento le capisco io quelle parole mangiate un po’ dall’alcool e un po’ dai denti caduti e dalla parlata svelta.
«…che tu poi glielo compri e gli dici: prenditelo e non scassare i coglioni almeno per un mese!» Ridacchia. È un po’ goffo mentre cerca d’imitare un adolescente coi pollici attivi su uno schermo immaginario. Ridiamo. È una pantomima tutto sommato efficace. Ci sta sbattendo in faccia una critica minima e puntuale della società «italiana» contemporanea.
Lui, infatti, avrebbe dovuto andarsene in America, quando aveva avuto l’occasione, dice. Era il cantante dei Nafta e poi degli Audio Company. «Bologna era il centro di tutto…».
L’altro se ne va e ci saluta.
Noi ricambiamo. La sigaretta è finita e fa freddo. Torniamo dentro.
Il cantante dei Nafta ci segue e ordina un bicchiere.

 

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