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Il fascismo della divisa

Sulla colonna (di) destra di Repubblica.it lo stimato jumpinshark ci ha fatto anche un blog intero: Redcoldx (fermo al momento, ma tutti attendiamo il grande ritorno). Io ad imitarlo non sarei neanche capace, ma intanto stamattina mi sono imbattuto in queste due foto (cliccandoci verrete spediti direttamente sul sito di Repubblica):

Supermario BalotelliFemen201207

Voi direte: ‘mbè? Che c’azzeccano l’una coll’altra? Niente, esatto! È proprio questa l’essenza della Colonna di Destra™, una poltiglia di cosette un po’ pruriginose, un po’ simpatiche, un po’ imbarazzanti. Curiosità, le chiamavano una volta. Servono a niente eppure servono a mantenere alta la presenza di click sul sito.

Eppure, entrambe hanno un alto valore simbolico. Io non capiscono niente di calcio e il nome di Balotelli lo conoscevo solo per la storia dei cori razzisti degli anni passati (sì, su alcuni argomenti spengo il cervello, a ognuno i suoi mali). Non mi vergogno ad ammettere che la sua faccia l’ho vista per la prima volta l’altra sera, nella partita contro la Germania. Eppure, mettere insieme il simbolo-Balotelli a cui bisogna dare un po’ di fiducia, anche se a volte è maldestro, se è tamarro e se, dicono, è un po’ strano e tutti i riflettori addosso non gli fanno bene. Non sto cercando di fare discorsi sensati sul calcio, per quello c’è Futbologia. Metterlo insieme a Monti, dicevo, crea un Mario doppio che è certamente SuperMario, simbolo di italianità all’estero goffa e inconfondibile, che salva la principessa e poi, magari… Continued…

Posted in foto, pro memoria, video.

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Come funzionano le cose

Il consiglio comunale di Trasacco, cui ho assistito due giorni fa insieme ad una manciata di concittadini, mi ha fatto tornare in mente forse il più famoso passo dei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci. Se si omette la parola “Risorgimento” e si sostituisce “Partito d’Azione” con “Il Paese che Vogliamo” sembra di leggere una descrizione fedele di quello che sta accadendo in questo paesino dell’Abruzzo interno e, forse, in molti altri paesini d’Italia.

Si costituisce una lista civica a partire da un comitato civico (Essere Cittadini), cui si aggiungono in itinere altri sostenitori esterni alla stessa (alcuni “indipendenti”, fra cui il candidato sindaco, e due esponenti del PDL locale in rotta col resto del partito)  si raccolgono consensi (1818/4193) e spuntano tre seggi in consiglio comunale. Ovviamente non si può parlare ancora di «oscillazioni» dei dirigenti, essendo questo il primo momento in cui, quell’associazione e il progetto elettorale, si trova a dover esprimere un quadro dirigente vero e proprio. Eppure si può parlare del partito dei moderati, di Cavour e di Vittorio Emanuele II per quanto riguarda l’altra lista, quella vincente. Che loro non abbiano subito oscillazioni, non lo dico io, se non altro perché la memoria non m’assiste per limiti anagrafici, di libri a riguardo non ne esistono e la memoria collettiva è un ingranaggio che da queste parti non è viene oliato da un po’. Lo dice l’assessore con delega al personale e all’ambiente quando afferma che «l’opposizione ogni volta cambia e io devo rispiegare come funzionano le cose» (TdA). Così come dice, a mo’ di scherzo verso alcuni membri di quella associazione, che loro ”hanno in tasca” la “direzione” e il “dominio” (sempre per seguire Gramsci) delle altre componenti politiche: «vi dovevate mettere coi vincitori, se volevate vincere le elezioni» (TdA). Non dico niente di nuovo se accosto il vecchio termine “trasformismo” al modo di intendere la politica qui giù. Piuttosto vorrei spostare l’attenzione sulla spiegazione che ne dà Gramsci stesso:

[…] l’elaborazione di una classe dirigente nei quadri fissati dai moderati dopo il [18]48, con l’assorbimento degli elementi attivi sorti dalle classi alleate e anche da quelle nemiche.

Intanto, dietro le nostre spalle continua la resistenza contro la discarica di Valle dei Fiori, e pare che la cosa non ci riguardi.

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Take a walk on the wild side

Oggi ho letto l’ultimo libello dell’amico Pantaleo. Una cosetta squisita sul camminare, col titolo rubato a Impressioni di settembre della PFM e, nelle pagine di sinistra, l’epigrafe IN GIRUM IMUS NOCTE ET CONSUMIMUR IGNI. Mi ha colpito questo pezzo:

Passeggiare è un modo — forse il migliore — per conoscere un paese o una città. Nell’epoca dell’automobile e del Gps, siamo portati ad ignorare le strade strette e i cul de sac per quanto lunghi ed importanti. L’altezza degli occhi è la migliore per osservare la quasi totalità delle cose sotto molte angolature, la velocità è quella giusta. Si può rallentare e ci si può fermare quasi ovunque e con i cinque sensi in funzione.

Giuseppe Pantaleo, Il suono del mio passo, ed. dell’autore, (giugno) 2012, p. 12.

Mi ha fatto subito tornare alla mente la via degli dei che ho percorso a piedi due estati fa, piazza-maggiore-piazza-della-signoria, senza sgarrare di un millimetro, e un incontro alla Feltrinelli International di Bologna dove Wu Ming 2 presentava Il Sentiero degli Dei. Un racconto camminante che si è beccato uno dei trattamenti peggiori fra i pezzi della mia libreria, mezzo distrutto dalla pioggia e dalle pieghe dello zaino. In quella presentazione, dicevo, l’autore ci aveva detto che per conoscere una città, non bastava una vista a volo d’uccello, una mappa, o uno sguardo dall’alto di una posizione privilegiata, come le Due Torri, che ti fanno vedere Bologna e la geometria medievale, i bombardamenti, la ricostruzione e l’espansione più recente a nord, con la Fiera e i palazzoni. Serve immergersi anche nelle sue strade, sentirne gli odori e ascoltarne il vociare.

Mi ricordo la sensazione di arrivare a piedi nelle città, «una cosa d’altri tempi», diceva un mio amico medievista. L’ho ri-sperimentato facendo autostop il mese scorso: devi per forza arrivare a piedi dalla periferia al centro e poi, l’indomani, il percorso inverso per intercettare una nuova rotonda e poi l’autostrada che ti porta in una nuova periferia, o in campagna e da lì, di nuovo, in centro. È una conoscenza diversa, che ti lascia una visione più chiara del confine sfumato fra l’urbanizzazione, i sobborghi e, quando ti va bene, le strade di campagna. Quando invece sei alla guida, specie se a sinistra, ti perdi tutto. Come arrivare a Durness, in Scozia, per essere accolto da un gregge sull’asfalto e trattenerti in macchina ancora un po’ quasi finché devi ripartire, sperando che le strade verso Sud diventino via via più scorrevoli. La “civiltà” di Inverness, Aberdeen, Edimburgo, Leeds e poi Londra è un pugno in un occhio dopo i castelli abbandonati, la campagna del Dumfries&Galloway o il minuscolo museo di Stonehaven. Non perché la prima, al confronto dei secondi, sia “brutta” o “aberrante”. Ma perché ti rendi conto che, con la nostra strana abitudine di volare da città a città, ti perdi gli accenti, i contorni e le chiacchiere dei nonni che sono (ancora) la maggior parte del mondo.

La sensazione di perdersi qualcuno o qualcosa è tragica quando te ne rendi conto. Come ieri sera, che avevo appena ripreso un librettino rosso di poesie spigolose. E mi sono accorto, nel giro di venti minuti, che avevo conosciuto Massimiliano Chiamenti, fiorentino, in una delle sue ultime performance di poesia-e-copro-e-scarabocchi nell’ultima festa dell’Idioteca. E che avrei voluto conoscerlo meglio.

Imparare ad avvicinarsi alle persone a velocità diversa da quella, solita, dei voli RyanAir.

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Anno sabbatico

E alla fine, quello che mi sono preso è stato poco più che un anno sabbatico. Proprio come si fa lì sopra, subito dopo le superiori.

Letto poco e senza costanza, studiato male e cose di cui non avevo grande bisogno, finito per imparare bene o male una lingua che non mi piaceva molto, verso cui anzi nutrivo diverse idiosincrasie (non sono l’unico, però) e che mi sentivo costretto ad imparare. Non c’è senso nel chiedersi se ne sia valsa la pena oppure no, nonostante tutto.

Gli anglofoni mi fanno schifo, cascano col culo parato ovunque vanno. (Diego)

Ho avuto finalmente il tempo giusto per pensare a quello che mi hanno insegnato a chiamare “il mio paese” e che era stato il mio termine di paragone per tutto, madre di tutte le universalizzazioni sociali che, nonostante le precauzioni intellettuali, continuava a fornirmi l’unico esempio di società. Ho imparato a vedere altri modi di mangiare e concepire l’igiene personale, di costruire le case e le strade, di fare i turni di notte al supermercato e di laurearsi sempre in tempo.

Per colpa di quelli come voi, sempre più gente considera l’Erasmus una perdita di tempo e finisce per rimanere a casa propria. (Laurene)

Paese di cui avevo iniziato a comprendere pregi e difetti, sistemi, funzionamenti, riconoscendo un certo modo di pensare che accomuna me, mio padre, il presidente di Confindustria e chi mi ha venduto un panino alla stazione Termini. Le discussioni inutili su certi treni a vagone, col berlusconiano che si vede assediato, in ordine sparso, da: l’hippy, la lettrice di Repubblica.it, una coppia di studenti etero che va a farsi le vacanze al sud, un paio di adulti a cui non può fregare di meno e sei o sette spettatori scoraggiati che però ogni tanto intervengono, pensando di migliorare la situazione.

Ma con chi giri? Con gli italiani?? (Carlo)

Quando vai all’estero sembra sempre il momento sbagliato. Ci hai pensato tante volte e poi ti sembra quasi di esserti perso il momento giusto. L’Erasmus, l’Erasmus Mundi, l’Overseas, i tirocini, il Servizio Civile Europeo, i master all’estero, i soldi che ti sei messo da parte e quelli che ti lascia mamma/papà perché li hanno messi da parte per te. Ricominciare daccapo, abbassare gli standard, provare a fare amicizia con chiunque, godersi la movida, provarci in giro perché fai parte di un’enorme macchina riproduttiva super-tecnologica e perché ti piace. Incontrare gli italiani che non sanno più cos’è Emergency e quelli che non ce la fanno a vivere senza la mozzarella, la De Cecco, un buon espresso, la Nutella e infine quelli che te la (mal)mettono come love it or leave it.

I’m in love with Sophia Loren. (Psychedellic Furs, We love you) Continued…

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New feeling

Tanto tempo fa, il docente più insulso che l’istituzione scolastica mi abbia mai propinato in ventuno anni di servizio ammoniva me e la classe tutta di controllare sempre, quando si arriva in un posto nuovo, che in città non ci sia per caso un quadro di notevole importanza. Della quale è misura inequivocabile il libro di testo di storia dell’arte, che lui peraltro non aveva neanche scelto, ereditandolo da chi c’era prima di lui su quella cattedra. Al nostro bastava che l’opera avesse ricevuto un’attenzione particolare, magari un paragrafo a parte nella trattazione generale. E così, per quelle poche volte che siamo dovuti arrivare preparati in classe, abbiamo mandato a memoria una sfilza di autore/titolo/luogo-di-conservazione.

Poco male.
Almeno lui aveva delle certezze.
Anche troppe.
Io il suo consiglio non l’ho mai seguito, ritenendolo avvedutamente un cazzata, come tutto quello che sia mai uscito dalla sua bocca in mia presenza. Eppure, dopo anni, il nostro mi torna in mente. Continued…

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